Storia West Ham United

Prima parte articolo sulla storia del West Ham UnitedEcco un bellissimo articolo del passato che racconta la storia del West Ham United, tra musica, sottoculture giovanili, persone e luoghi.

“Se sei stanco di Londra, sei stanco di vivere!”. Così si dice nella capitale inglese e come dar loro torto? Calcisticamente parlando, è impossibile annoiarsi, potendo scegliere tra ben 13 squadre professioniste (Arsenal, Tottenham, Chelsea, Millwall, Crystal Palace, Queens Park Rangers, Leyton Orient, Brentford, Fulham, Charlton Athletic, Barnet, Watford e West Ham United) e numerose altre dilettantistiche, ma dal discreto seguito di tifosi, come Dagenham & Redbridge, Dulwich Hamlet o il nuovo Wimbledon AFC. Il West Ham, nonostante un palmarès modesto, è certamente una delle squadre con più simpatizzanti tra gli appassionati di calcio internazionale, anche in Italia, e non solo per il fatto che Di Canio vi ha giocato dal ’98 al 2003. Il club venne fondato nel 1895 come Thames Iron Works FC, per poi cambiare denominazione nel 1900. Da 105 anni è conosciuto come West Ham United Football Club (WHUFC), squadra dell’East End, zona popolare della parte orientale di Londra. I colori sociali sono claret & blue, mentre il simbolo raffigura due martelli (hammers) incrociati. Negli ultimi anni, al logo è stato aggiunto il disegno del Boleyn Castle, che sta giusto dietro lo stadio, il quale per questo si chiama anche Boleyn Ground (ma è meglio conosciuto come Upton Park, capienza 36.000 spettatori). La divisione di Londra in grandi zone (simili a minicittà nella maximetropoli) connota fortemente la suddivisione calcistica del territorio, così che le squadre si indentificano come rappresentanti del proprio quartiere di appartenenza, più che della capitale nel suo complesso. Il West Ham è la squadra della parte abitata dalla working class ed i suoi vicini sono il Tottenham a nord e il Millwall a sud, oltre il Tamigi. Tradizionalmente, gli Hammers occupano la parte bassa della Premiership, categoria appena riconquistata dopo un anno in First Division. La sua storia, fino agli anni ’60, è senza gloria, con noiosissimi periodi in seconda divisione ed altri in prima, ma a vivacchiare nell’anonimato. Un momento storico è la finale di FA Cup del 1923, benchè persa col Bolton. La partita è passata alla storia come The White Horse Final, perchè i 200.000 spettatori accorsi a Wembley scavalcarono le recinzioni per poi straripare in campo e solo grazie al coraggio del poliziotto Storey, sul suo cavallo bianco, fu possibile giocare. Poi, un lungo periodo buio durato fino al ’64, quando il West Hann conquista il suo primo trofeo (la F.A. Cup), a cui fa seguito la vittoria della Coppa delle Coppe l’anno dopo. La squadra, finalmente competitiva, annovera nelle sue file anche tre futuri Campioni del Mondo del 1966: Martin Peters e Geoff Hurst (che di quella nazionale furono i goleador) e Bobby Moore, il mitico Capitano. Ci fu così tanto West Ham in quella squadra, che i tifosi degli “Irons” tuttora cantano: “I remember Wembley when West Ham beat West Germany…” (“Mi torna in mente Wembley, quando il West Ham battè la Germania Ovest”). Bobby Moore, il più grande Hammer nella storia, è deceduto nel ’93 e il club lo ricorda come il suo figlio prediletto con statua e targa. Gli anni ’60 sono quelli delle rivolte giovanili, di un’epoca che sta cambiando. Lo si vede soprattutto nel modo in cui i tifosi si approcciano al calcio: non più spettatori passivi, ma quasi attori principali dello spettacolo. E’ in fase di cambiamento anche il look: sta finendo il momento dei Mods e dei Rockers e, grazie al Commonwealth, arrivano in città numerosi emigranti da tutto l’ex Impero, in modo particolare giamaicani. Tra i giovani bianchi cockneys (londinesi) si diffonde la cultura carabica: il modo di vivere la strada, di essere Rude Boys ed anche la musica. I giovani operai inglesi ne sono entusiasti. Lo ska, il rocksteady e il primo reggae diventano passioni travolgenti e, contemporaneamente, nasce la sottocultura degli skinheads, che all’epoca erano apolitici in modo quasi assoluto. Il modo di vestire è ricercatissimo e innovativo: anfibi griffati Dr. Martens, jeans Levi’s Sta-Prest, Ben Sherman, polo Fred Perry. Questi giovani fanno gruppo velocemente nei quartieri, autodefinendosi “ne*ri bianchi” e sentendosi fieri di essere esponenti della classe operaia, oltre che appassionati di risse, calcio e boxe. Le palestre di puglilato londinesi però discriminano i ragazzi di colore, fino a quando la Lonsdale non inverte la tendenza. Le magliette col logo della palestra diventano quindi un must tra gli skinhead originali, recentemente imitati dai giovani di tutta Europa. Il calcio, invece, è aperto a tutti. La tifoseria del West Ham aggrega skins e immigrati, ma le teste rasate sono numerose anche nella Shed del Chelsea e nel Park Lane del Tottenham (tra gli Spurs c’è anche la particolarità di una forte presenza ebraica). I concerti di Laurel Aitken degli Skatalites e della ricca scena di gruppi giamaicani attirano sotto il palco i ragazzi della working class, che però il sabato si ritrovano vestiti di tutto punto negli stadi, a segnare il territorio del quartiere, a cacciare gli intrusi della curva opposta. Ogni club ha le sue bande di giovinastri aderenti alla nuova sottocultura, tutti orgogliosamente tifosi della propria squadra e dediti al take an end, cioè “conquista la curva avversaria”, ovviamente dopo feroci scazzottate con i legittimi proprietari. I tifosi dei West Ham sono tra i più tremendi, perché sfogano la propria rabbia sociale nel teppismo da stadio. In trasferta cementano alleanze fondamentali per non sopperire agli attacchi dei nemici. Le bande si uniscono, diventano più grosse e quindi anche più visibili e intercettabili dagli Old Bill (la polizia). In risposta alla repressione delle forze armate nascono i “Casuals”, caratterizzati da un look anonimo (perché volutamente privo di simboli della squadra), talvolta con elegantissimi abiti italiani firmati, ma estremamente scientifici nel pianificare gli scontri. Il gruppo allargato costituito dai tifosi del West Ham si chiama Inter City Firm (ICF), e, secondo alcuni, è più famoso della squadra stessa. Siamo alla fine degli anni ’70, il West Ham ha nel frattempo vinto un’altra F.A. Cup (’75), che sarà bissata da una terza a distanza di cinque anni. Il connubio tra calcio, musica e bande giovanili continua. Sono anni d’oro per la squadra, ma anche per il punk, che esplode a Londra nel ’77. I giovani dell’East End, però, lo considerano più un’operazione d’immagine che una manifestazione di vera rabbia proletaria e quindi ne creano una versione personale, chiamata Oi! (in londinese significa “Hey”). Le differenze stanno nel ritmo più lento e soprattutto in una filosofia distante dall’autodistruzione tanto in voga tra i gruppi più famosi (e, per questo, snobbati). La spinta ideale sta nel camminare a testa alta, da fieri figli della working class. I cori delle canzoni e quelli dello stadio si influenzano a vicenda. I gruppi più noti della scena Oi! si chiamano Sham 69, Angelic Upstart, 4Skins, Cock Sparrer, Business, Cockney Rejects ed hanno in comune la passione per il calcio. Proveniendo quasi tutti dall’East End Londinese, tifano in gran parte per il West Ham. Soprattutto i Cockney Rejects fanno della loro appartenenza al West Side (il settore “caldo” dello stadio) un segno distintivo, sottolineano la loro passione parlando in modo ricorrente della squadra nelle loro canzoni. La loro versione di “I’m forever blowing bubbles” (un coro del West Ham davvero famosissimo in Inghilterra, secondo solo a “You’ll never walk alone” del Liverpool) scala le classifiche di vendita. Altre canzoni, come “West Side Boys”, “We are the firm” e “War on the terraces”, sono segnali altrettanto chiari. Le esibizioni della band attirano tantissimi tifosi del club, anche in altri quartieri o in altre città, con conseguenti frequenti risse contro i rivali. Ad Upton Park l’idillio è totale: calcio, musica e stile di vita skinhead sono ormai tutt’uno. Nessun’altra squadra ha mai avuto un’influenza così grande sulla cultura dei propri tifosi… e pensare che stiamo parlando di un club di modestissima tradizione, soprattutto se paragonato alle vere grandi d’Inghilterra! I Cockney Rejects suonano esibendo una bandiera rossa, sulla quale c’è la Union Jack sormontata dai due martelli del club e dalla scritta West Side (il settore che ospita l’ICF). I Cock Sparrer invece pubblicano le foto degli ultrà del West Ham nelle copertine dei propri dischi. I The Business stampano i martelli del logo del club sul proprio merchandising, mentre i musicisti di altre bands, come i Last Resort, si “limitano” a fare concerti indossando la maglia della squadra. Il connubio tra il West Ham e questo colorito scenario è talmente famoso che arriva persino a New York, dove la locale scena Hardcore Punk usa firmarsi con una X, ripresa direttamente dai due martelletti incrociati nello stemma della squadra! A livello locale, la rivalità più forte è coi tifosi del Millwali, in quanto dirimpettai, e con quelli del Chelsea, in quanto rappresentanti della ricca borghesia. Non che con gli altri clubs vada meglio: Tottenham e Arsenal a Londra hanno un seguito ampio e quindi minaccioso, per non parlare delle due squadre di Manchester e di Newcastle, Leeds, Leicester e Birmingham. I veri guai cominciano quando una frangia di skinhead vira politicamente verso destra, provocando una risposta diametralmente opposta in un’altra fetta del pubblico fedele agli Hammers. Accentuati dalla politica, gli scontri diventano sempre più violenti. L’episodio chiave è quello dell’Homborough Tavern, a Southall, quartiere asiatico di Londra. Tra gli immigrati pakistani, si sparge la voce che il concerto è stato organizzato da neonazisti. Benché la maggior parte dei presenti sia invece composta da skinheads apolitici (come la maggioranza di chi tifa West Ham), si sfiora il linciaggio, con tanto di lancio di molotov. Da quel momento, parte la caccia alle streghe e il movimento si sfalda: i tifosi sono guardati a vista negli stadi e i gruppi musicali (compresi quelli con musicisti di colore, tipo gli Specials!) sono nel mirino della censura per possibili atteggiamenti razzisti. Il BNP (British National Party, il partito neonazista britannico), sfrutta la svolta a destra per infiltrarsi nelle curve in cerca di adepti. Gli Hammers non si fanno sedurre, anche perché molti dei capi sono immigrati di prima o seconda generazione, ma tra altre tifoserie (in primis quella del Chelsea) capita l’esatto contrario. Tracce di queste divisioni ideologiche sono vive ancora oggi. Andare a Upton Park o aggirarsi dalle parti della Green Road con i colori sbagliati non è un azione molto saggia. In alcuni pub (soprattutto il Duke of Edinburgh e il Boleyn Tavern, ritrovi degli Hammers) i cartelli all’ingresso recitano in tono chiaro e minaccioso: “No away supporters”, cioè: “Divieto d’accesso ai tifosi ospiti”. Lascito più accettabile di quel periodo è la Dr. Martens Stand (cioè il settore di Boleyn dove tuttora si ritrovano i nostalgici dell’era Oi!), intitolato all’azienda che, oltre a fare fortuna vendendo anfibi, in passato è stata anche sponsor del club.

By Andrea lacazzi (titolare Walk On)

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2 risposte a Storia West Ham United

  1. Gianluca Scorsone scrive:

    Ciao,ho scoperto da poco questo sito e vi faccio i miei complimenti.Oggi volevo saperne di più sugli Hammers ed ho letto anche questo articolo.Mi è piaciuto.E visto che sono un appassionato delle mode inglesi e del tifo inglese,lo ritengo pur nella sua ristrettezza(comprendo)molto valido.Bravi ancora,e statene certi che ci sentiremo ancora.Hay

  2. piero bisconti scrive:

    il west ham e’ la squadra del nostro mito paolo dicanio e’ per cio noi laziali la sosterremo sempre.

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